Oggi è il 67 giorno dalla promulgazione del primo DPCM di questa maledetta emergenza, il 23 febbraio.

Quella è la data simbolica di un periodo che ricorderemo certo per molto tempo. La nostra provincia è stata teatro di un’epidemia che ha lasciato segni che difficilmente si cancelleranno con cambi di fase o iniziative legislative. Probabilmente ognuno di noi ha subìto un lutto in famiglia o nella cerchia ristretta di conoscenti, avvenimenti che non si superano certamente grazie ad un annuncio o ad un decreto legge. Ci sono poi le misure di contenimento del contagio, in particolare il distanziamento sociale, che stanno lasciando tracce nelle dinamiche relazionali tra le persone, a partire dai più giovani che sono di fatto confinati in casa da un tempo che è abbondantemente divenuto già troppo lungo.

Misure comunque necessarie per evitare che la tragedia diventi ancora più ampia di quel che è stata e, soprattutto, che colpisca altre provincie e regioni del nostro Paese.

Oggi non ho voglia di fare l’elenco delle sfighe che si sono susseguite in queste settimane (e sarebbero tante) perché di quelle sono state già riempite pagine di giornali e parecchi minuti di trasmissioni televisive.

Piuttosto credo utile che qui, oggi, analizziamo come la nostra categoria ha affrontato - e sta ancora affrontando - questo periodo in corso, oltre a considerare quali prospettive ci siano per il futuro e di conseguenza quali azioni andranno messe in campo.

Rispetto a quel che è stato: io penso che noi siamo stati presenti, in tutta questa emergenza. Ci sono stati i nostri delegati sui posti di lavoro, senza i quali le nostre azioni in questo periodo non sarebbe state così importanti ed incisive, e di conseguenza, grazie a loro, è stata possibile la presenza del sindacato territoriale.

È stata presente la camera del lavoro di Bergamo, c’è stata la FP regionale e la FP nazionale, ma soprattutto ci sono stati i funzionari, tutto l’apparato della FP di Bergamo. Pur non potendo avere accesso ai diversi posti di lavoro - e per alcuni di noi, neppure alla nostra sede di Bergamo - ci siamo organizzati in modo che ognuno di noi potesse lavorare dalla propria abitazione, mentre qualcun altro è stato presente nella sede centrale per meglio coordinarsi con la camera del lavoro e per tutto ciò per cui era indispensabile la presenza fisica.

Abbiamo risposto a quasi ogni telefonata che è arrivata in ufficio, dando risposte a tutti, anche a chi telefonava cercando i servizi (inca, caf) o magari qualche altra categoria che non era così facilmente contattabile come la nostra.

Abbiamo risposto in diversi modi e secondo le nostre possibilità: da subito abbiamo scritto comunicati, lettere alle aziende e agli enti preposti (a partire dall’ATS, alla prefettura, finanche al governatore Fontana), abbiamo continuato a confrontarci con le aziende tramite lo strumento della video conferenza.

Io credo che questa presenza e questo lavoro siano stati fondamentali in questo periodo più che nel passato. Abbiamo denunciato da subito l’assenza dei dispositivi di protezione individuale, negli ospedali, nelle case di riposo, nei servizi domiciliari.

Abbiamo preteso che i servizi non indispensabili venissero sospesi, per evitare ulteriori canali di diffusione del virus.

Siamo stati con il fiato sul collo di quelle aziende che pur avendo la possibilità di attivare il lavoro agile, hanno fatto resistenze (ed in qualche caso come l’ATS di Bergamo continuano a farlo).

Abbiamo preteso che venisse correttamente attivata la sorveglianza sanitaria (in primis tramite l’effettuazione dei tamponi) al personale delle aziende sanitarie e per coloro che non potevano esimersi dallo stare a contatto con l’utenza.

Abbiamo richiesto e poi seguito in modo attento l’utilizzo degli ammortizzatori sociali (fis e cig) per quei lavoratori che non avevano altri strumenti a disposizione. La scelta che la nostra categoria ha fatto è quella di sottoscrivere accordi di fis e cig solo se l’azienda si fosse resa disponibile ad integrare le condizioni minime previste dalla legge, chiedendo quindi la maturazione dei ratei di retribuzione indiretta, l’anticipo dell’indennità a carico inps e l’integrazione al 100%: in qualche caso, almeno una di queste richieste è stata accordata.

Abbiamo preteso l’apertura delle pratiche di infortunio per tutte quelle lavoratrici e lavoratori che si sono ammalati di coronavirus sul posto di lavoro. In un caso purtroppo lo abbiamo fatto a seguito di un decesso di un infermiere, un caduto sul lavoro.

Abbiamo denunciato la gestione pessima dell’emergenza da parte di Regione Lombardia e dell’ATS di Bergamo, che ha dimostrato di aver fatto decisamente peggio dei colleghi di altre provincie confinanti, Brescia da una parte (con una situazione epidemiologica simile alla nostra) e Milano dall’altra (che ha visto meno cittadini contagiati, pur portando in sé una complessità importante).

Infine, val la pena ricordarlo, siamo stati vicini ai tanti lavoratori, in particolare il personale sanitario e socio-sanitario che lavora in ospedale e in RSA, che chiamavano per condividere la tensione di queste giornate, le difficoltà, il rapporto con tanta morte a cui nessuno - e nemmeno loro - erano abituati. Forse questo è stato per tutti noi, o quanto meno per me lo è stato, tra gli aspetti più faticosi.

Dal rapporto con delegati e lavoratori è emerso subito un aspetto decisamente critico: la gestione della sorveglianza sanitaria al personale sanitario e ai pazienti delle strutture (sia ospedali che rsa) è stata uno dei maggiori veicoli del contagio nella nostra provincia. Probabilmente l’esigenza mediatica di tenere bassi i numeri che quotidianamente, nel tardo pomeriggio, ci venivano propinati, ha portato a verificare il contagio (tramite tamponi) solo ad una quota limitate di persone, cioè quelle che venivano ricoverate negli ospedali. Questa scelta ha permesso a tanti contagiati, che non sapevano di esserlo, di infettare molte altre persone, creando il disastro che tutti noi ben sappiamo.

Voglio ricordare inoltre la mancanza di coraggio di Regione Lombardia nel creare una zona rossa attorno all’ospedale di Alzano (probabile primo focolaio ancora prima di Codogno), chiaro segno sia delle pressioni delle imprese che in quel territorio avevano i loro stabilimenti, sia della sottovalutazione della situazione da parte della politica locale che, con lo slogan “bergamononsiferma”, ha di fatto concesso spazi ad una malattia che già era in grado anche da sola di fare molti danni. Poi qualche sindaco, a partire da Gori, ha avuto il buon gusto di ammettere l’errore, mentre altri, come il sindaco di Alzano e tutta la giunta Fontana, hanno giocato a scaricare sul governo responsabilità che quanto meno sarebbero dovute esser pagate a metà.

L’altro grande assente in questo periodo è stata la sanità territoriale. Le diverse riforme, ultima la legge regionale 23/2015, hanno sostanzialmente smantellato il sistema sanitario territoriale, privilegiando quello ospedaliero. Questa scelta, unita a quella di lasciare mani libera alla sanità privata (che ricordo rappresenta oramai la metà del mercato sanitario bergamasco e regionale) ha creato almeno due problemi: da una parte, i pronto soccorso della nostra provincia sono divenuti veri e propri imbuti; dall’altra, coloro che erano a casa e stavano male sono stati sostanzialmente abbandonati e lì, in buon numero, sono morti.

E, a proposito di morti, il reale impatto di questo contagio lo potremo leggere effettivamente solo quando i comuni della nostra provincia pubblicheranno i saldi demografici al 31/12 di quest’anno e potremo quindi confrontarli con i saldi degli anni precedenti. Solamente allora scopriremo oggettivamente, numeri alla mano, cosa è capitato in provincia di Bergamo.

Ma appunto, come dicevo, non è il momento di fare l’elenco delle sfighe. Bisogna provare ad alzare lo sguardo e immaginare quali azioni siano da mettere in campo per il futuro. Noi ci abbiamo provato, con un lavoro collettivo da parte della nostra categoria che, pur gestendo diverse realtà, ha provato a tenere la barra dritta sul valore del servizio pubblico. Crediamo che dalla tragedia di questa epidemia si possa e si debba uscire con qualche consapevolezza in più, non solo quelle personali (il valore dei rapporti umani, della socialità o l’importanza di poter abbracciare una persona cara, cose che chiaramente si danno per scontate salvo quando ci vengono negate), ma una consapevolezza collettiva di quanto siano importanti i servizi pubblici nella vita di tutti i cittadini e che una riorganizzazione di questi servizi sia possibile e doverosa.

Per la nostra categoria non esiste la fase della ripartenza, la cosiddetta fase 2. Esiste piuttosto un processo che continua e che non può essere letto a compartimenti stagni, piuttosto deve essere analizzato come una lenta evoluzione di fasi che crescono. Non possiamo parlare di ripartenza perché i nostri servizi, salvo poche eccezioni, non si sono mai fermati: la sanità, le strutture residenziali, i servizi domiciliari, l’igiene ambientale, gli enti locali, parte delle funzioni centrali; in presenza o a distanza hanno tutti continuato ad erogare servizio pubblico.

Di tutti questi servizi ricordiamo che, in una buona parte, in pochi giorni si è giunti alla riorganizzazione quasi completa del lavoro, operazione che fino anche solo poche ore prima dell’inizio dell’emergenza pareva impossibile ed improponibile. È emerso che organizzare parte del lavoro a distanza tramite lavoro agile/smart working è possibile, potendo dunque contemperare le esigenze produttive con quella che oggi definiamo sicurezza, ma che abbiamo sempre rivendicato anche come diritto a conciliare tempi di vita e tempi di lavoro. Questa esperienza non può concludersi con la fine dell’emergenza, ma dovrà necessariamente rimanere patrimonio dell’organizzazione del lavoro. Inoltre, sta emergendo quanto la nostra categoria sta dicendo da tempo (e che è stato formalizzato nelle piattaforme di richieste per la prossima stagione contrattuale nazionale), ovvero che è tempo di uscire dagli schemi novecenteschi di rigido inquadramento rispetto alla mansione, provando a dare risalto al lavoro ed al lavoratore tramite la valorizzazione delle competenze, delle responsabilità, dell’esperienza e dell’autonomia.

La necessità della valorizzazione del lavoro, delle competenze e della professionalità è emersa chiaramente anche per altre figure, a partire per esempio dagli assistenti scolastici. Questa categoria, normalmente forse la meno considerata tra tutte quelle seguite dalla FP, in questo periodo pareva talmente indispensabile da dover inserire commi specifici nei DPCM e DL che comprendessero un meccanismo per spedire comunque i lavoratori a casa degli studenti disabili o con problemi, ma stando ben distanti dal mettere in campo almeno qualcuno di quegli strumenti di tutela che sono già patrimonio di tanti altri lavoratori dipendenti.

C’è poi il gruppo di quelli che sono stati definiti “eroi”, medici, infermieri, oss, personale tecnico sanitario, quelli cioè che sono stati in prima linea ad affrontare l’emergenza negli ospedali e nelle strutture socio-sanitarie residenziali. Questi non sono eroi, ma sono lavoratrici e lavoratori che si aspettano di essere valorizzati per quello che fanno tutti i giorni, non solo quando si è travolti dallo tzunami di un’epidemia. Lavoratrici e lavoratori che attendono il rinnovo del CCNL (quelli della sanità privata da ben tredici anni) e che anche tramite quello strumento venga loro riconosciuta la professionalità che esprimono tutti i giorni. Attendiamo qualcosa di più degli encomi, di qualche squallida pagina di giornale acquistata dalle aziende per la loro pubblicità (humanitas e san donato) o di una una tantum unilateralmente erogata che sa più di contentino che di una reale soluzione; vogliamo che giungano fatti concreti e che si riprendano le trattative per una conclusione rapida e sostanziale dei CCNL di categoria.

Sul fronte regionale assistiamo invece ad un penoso atteggiamento da parte della giunta Fontana che, nonostante rivendichi l’autonomia regionale (e la sanità ricordiamo che è tra le materie delegata a quel livello dalla riforma del titolo quinto della Costituzione), pretende che le risorse economiche per valorizzare il lavoro di queste settimane degli operatori della sanità vengano tutte girate dal livello centrale, senza dimostrare il benchè minimo impegno ad erogare risorse aggiuntive derivanti dal proprio bilancio. Ma ancor peggiore risulta l’atteggiamento di AIOP, che pretenderebbe di erogare somme aggiuntive solo a seguito di un finanziamento da parte di regione Lombardia. Insomma, pare che come al solito i gestori della potente sanità lombarda siano disponibili a valorizzare i propri dipendenti solo se è qualcun altro che ne paga il prezzo.

Credo che occorra una riflessione ampia sul servizio sanitario. Va messa in discussione l’intera architettura lombarda, fatta di una sussidiarietà verso il privato che più che portare valore aggiunto pare essere una zavorra per l’intero sistema (aiop si è parecchio arrabbiata per la puntata di Report di inizio aprile, ma le loro azioni nell’emergenza sono lì a dimostrarlo: preminenza di interesse nel mantenimento dei profitti rispetto alla mission di erogatore di prestazioni sanitarie che necessitavano in quel dato momento). Occorre ripensare il rapporto tra ospedale e territorio, ripristinando una sanità territoriale efficace ed efficiente, a partire dai MMG che devono essere messi in grado di porsi – ed è necessario che lo siano – come il primo degli attori di territorio, assumendosi il ruolo di prima medicina di continuità assistenziale.

Più in generale penso che i servizi sociali, sanitari, assistenziali e, per quanto di nostra competenza, educativi vadano ripensati, abbattendo i muri dei compartimenti stagni creati da ottuse regole di gestione dei bilanci pubblici.

Questa emergenza ci sta spiegando che, tra l’altro, si devono valorizzare le organizzazioni ed i progetti di rete. Un esempio concreto: i decessi nelle RSA hanno superato in provincia quota 1500 (cioè un quarto degli utenti), i decessi degli anziani che vivevano in casa e formavano le liste di attesa per accedere nelle rsa pare registrino percentuali anche maggiori (dati resi pubblici dall’ATS di Milano – mentre la nostra, per bocca del DG Giupponi, dichiara di non poter rendere pubblico alcun dato). Occorre quindi collegare tutti gli attori che gestiscono i servizi per questo tipo di utenza (sad, cdi, adi, caregiver, portierato sociale, rsa) facendo rete, senza disperdere risorse e superando la logica della voucherizzazione che regione lombardia ha impostato con il progetto rsa aperta.

Medesimo ragionamento può essere fatto per il settore della disabilità, mediante la presa in carico del progetto di vita del cittadino disabile, superando gli steccati attuali che impongono gestioni diverse di singoli servizi che non dialogano tra loro (per esempio l’ADH, l’ADM, l’assistenza scolastica o il CDD).

Insomma, l’idea nata dallo scambio quotidiano tra noi, fatto di esperienze, di idee, di modalità anche diverse di approccio ai vari problemi e situazioni emerse, è che da questa tragedia si può e si deve uscire meglio di come ci siamo entrati. Noi crediamo che vadano sfruttate tutte le buone prassi che sono state messe in atto in queste settimane, rendendole pratiche quotidiane, e che vada messa mano al sistema socio-sanitario lombardo. Credo che la Funzione Pubblica e la CGIL abbiano tutte le energie e le intelligenze necessarie per farlo.

Lo scorso 3 aprile le Organizzazioni Sindacali ed il Governo hanno firmato un accordo sulla prevenzione e sicurezza dei dipendenti nei luoghi di lavoro durante l’epidemia. Il protocollo riprende sostanzialmente quanto previsto dalla Circolare n. 2/2020 della Funzione Pubblica ponendo un maggiore accento sulla necessità di rendere anche le attività indifferibili da remoto.

Sappiamo quanto il Ministero reputi residuale l’esenzione dal servizio avendo puntato tutto sul lavoro agile: il Governo nell’accordo con CGIL, CISL e UIL ha convenuto che le Amministrazioni possono ricorrere anche alle attività di formazione in remoto. Queste attività non necessitano di alcuna particolare strumentazione tecnologica ma basta che il Dirigente individui quali attività formative deve portare avanti il dipendente da casa.

Il protocollo inoltre pone un particolare accento sulle misure di contrasto alla diffusione del virus per il personale, residuale, che deve prestare necessariamente la propria prestazione nella sede comunale. Questo in conformità con quanto stipulato dal Governo con le parti sociali limitatamente ai datori di lavoro privati. Le misure individuate sono:

  • il contingentamento degli accessi garantendo le distanze minime di sicurezza, una continua areazione dei locali e che l’utenza permanga nei locali il tempo strettamente necessario. Per questi motivi ogni apertura indiscriminata degli uffici per il ricevimento al pubblico è illegittima e rischiosa.
  • la pulizia giornaliera e la sanificazione periodica dei locali.
  • la chiusura dei locali per almeno 24 ore qualora si verifichi un caso di positività al COVID-19 di un dipendente o di un cittadino per poter effettuare la sanificazione dei locali.

Per verificare l’attuazione del protocollo e le misure adottate dagli Enti per la prevenzione della diffusione del virus nei posti di lavoro pubblici è promosso il confronto, anche a livello locale, tra Enti ed Organizzazioni Sindacali. Le Organizzazioni Sindacali possono segnalare ai servizi ispettivi del Dipartimento della Funzione Pubblica eventuali inosservanze al Protocollo.

Chiedevamo da diverse settimane un soggetto al quale potessimo segnalare la mancata osservanza delle norme per la tutela della salute dei dipendenti: che sia arrivato ora?

È possibile utilizzare i 12 giorni di permessi retribuiti ulteriori per i dipendenti con familiari disabili ed i 15 giorni di congedo fino al prossimo 13 aprile, se la chiusura delle scuole non verrà ulteriormente prorogata.

L’INPS nel messaggio n. 1516 del 7 aprile 2020 chiarisce quanto già previsto nel D.L. Cura Italia che aveva legato la fruizione dei permessi a tutto il periodo sospensione dell’attività didattica.

+++

 

Direzione Centrale Ammortizzatori Sociali

Direzione Centrale Inclusione Sociale e Invalidita' Civile

Direzione Centrale Tecnologia, Informatica e Innovazione

Roma, 07-04-2020

Messaggio n. 1516

OGGETTO: Circolare n. 45 del 2020. Congedo per emergenza COVID-19 in favore dei lavoratori dipendenti del settore privato, dei lavoratori iscritti alla Gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, e dei lavoratori autonomi. Estensione dei permessi retribuiti di cui all’articolo 33, commi 3 e 6, della legge n. 104/1992, per i lavoratori dipendenti del settore privato. Proroga del congedo di cui all’articolo 23 del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, in conseguenza del D.P.C.M. del 1° aprile 2020

 

Come è noto, l’articolo 23 del decreto-legge n. 18 del 2020 ha previsto un congedo per la cura dei figli durante il periodo di sospensione delle attività scolastiche, che può essere fruito da uno solo dei genitori oppure da entrambi, ma non negli stessi giorni e sempre nel limite complessivo (sia individuale che di coppia) di 15 giorni per nucleo familiare, la cui fruizione è, inoltre, subordinata alla condizione che nel nucleo familiare non vi sia altro genitore beneficiario di strumenti di sostegno al reddito in caso di sospensione o cessazione dell’attività lavorativa o altro genitore disoccupato o non lavoratore.

Il richiamato articolo 23 del decreto-legge n. 18 del 2020 aveva previsto la possibilità di fruire dello specifico congedo a partire dal 5 marzo 2020, per il periodo di sospensione dei servizi educativi per l’infanzia e delle attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado disposto con il D.P.C.M. del 4 marzo 2020, cioè entro il 3 aprile 2020.

Alla luce del D.P.C.M del 1° aprile 2020, che prevede la proroga ulteriore del periodo di sospensione dei servizi educativi per l’infanzia e delle attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado, su conforme parere ministeriale, sono prorogati fino al 13 aprile 2020 anche i termini per la fruizione dei 15 giorni di congedo in parola.

Il Direttore Generale    

Gabriella Di Michele

Con la Circolare 8/E l'Agenzia delle Entrate ha chiarito alcuni aspetti relativi al premio ai lavoratori dipendenti previsto dall’art. 63 del D.L. Cura Italia. Il bonus una tantum, dell’ammontare di 100 Euro, viene erogato con lo stipendio relativo al mese di aprile da tutti i datori di lavoro per i dipendenti che non abbiano un reddito lordo superiore ai 40.000 Euro.

Il calcolo avviene proporzionalmente rispetto alle ore di lavoro prestate in azienda nel mese: se le ore totali di lavoro previste fossero 159 (l’orario complessivo nel mese di marzo per un dipendente con contratto di 36 ore settimanali e su cinque giorni), si dividono i 100 Euro per 159 ore e si moltiplica il risultato per le ore lavorate.

Se il rapporto di lavoro si è interrotto nel corso del mese il premio dev’essere rapportato alla durata del contratto a Marzo mentre sia i lavoratori part time che quelli full time riceveranno la quota intera se hanno lavorato in sede per l’intero mese.

Non riducono l’importo complessivo nemmeno le ferie o la malattia: queste risultano neutre ai fini del calcolo quindi, se avessi usufruito di due giorni di ferie a marzo nel caso che abbiamo proposto prima, dovrei togliere 15 ore dal divisore. Per avere il calcolo di quanto mi spetta dovrò dividere 100 Euro per 144 ore e moltiplicarlo per le ore lavorare in sede. Immaginiamo che il calcolo debba escludere anche le giornate e le ore di permessi e congedi, visto il riferimento della circolare alle “giornate di assenza per aspettativa”.

Il premio invece viene ridotto per le giornate di prestazione eseguite in smart working.

Ai fini del calcolo per verificare il requisito reddituale vengono conteggiati solo i redditi da lavoro dipendente senza considerare quelli sottoposti a tassazione separata o altri redditi. Il dipendente dovrà verificare che nelle Certificazioni Uniche del 2020 (riferite ai redditi 2019) non si siano superati i 40.000 Euro escludendo ogni eventuale importo assoggettato a tassazione separata o che non sia riferito a lavoro dipendente.

Il premio verrà pagato a partire dalla busta paga relativa al mese di aprile e, comunque, entro il conguaglio di fine anno direttamente dal datore di lavoro.

In questi giorni assistiamo a modalità fantasiose di applicazione delle norme: vorremmo che questa fantasia rimanesse in dote anche dopo l’emergenza ma penso che sarà complicato.

Il Lavoro Agile, contrariamente ad ogni indicazione normativa, viene interpretato come il telelavoro implicando delle rigidità in merito all’erogazione della prestazione lavorativa che sminuiscono completamente la portata innovativa dell’istituto. Se il legislatore avesse voluto far riferimento al telelavoro lo avrebbe scritto vincolando questa prestazione ad una precisa postazione, con determinate caratteristiche, e precisi vincoli orari. Nell’affermare che il lavoro straordinario o il turno appaiono “difficilmente compatibili con la strutturazione del lavoro agile”, il Ministro della Funzione Pubblica ha esplicitamente indicato che questa prestazione non può essere legata a vincoli orari.

Pensare di risolvere il problema della produttività unicamente tramite la timbratura non è solo, come abbiamo detto, contrario alla norma ma anche inutile: se l’unico modo di rilevare le prestazioni è “contare” quante ore abbiamo passato davanti al computer qualunque tentativo di spiegare che il problema della produttività nella Pubblica Amministrazione non sono i tornelli è destinato a fallire. Tanto basta far passare 7,12 ore tra la prima e l’ultima timbratura.

In emergenza come nell’ordinario il processo di valutazione sul raggiungimento degli obiettivi, che in questo caso dev’essere puntuale e obbligatorio, si basa sulla conoscenza del lavoro e sulla corresponsabilità.

Il Lavoro Agile trova il suo fondamento normativo nella Legge n. 81/2017 e viene descritto come un’organizzazione del lavoro “per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell'attività lavorativa” (art. 18).

Le deroghe previste alla Legge n. 81/2017 dal Decreto Cura Italia non riguardano la modalità con la quale si esegue lo smart working ma unicamente gli obblighi di accordo individuale col lavoratore e “informativi previsti dagli articoli da 18 a 23”. Nell’emergenza è la modalità ordinaria con la quale viene resa la prestazione e si è quindi preferito rendere veloce l’attivazione dello strumento.

La prestazione lavorativa prescinde dall’orario di lavoro e, quindi, dalla sua rilevazione: ogni forma di rendicontazione basata sul conteggio delle ore passate davanti al computer non è solo inutile ma anche contraria alla norma. L’art. 19 comma 1 sancisce il cosiddetto diritto alla disconnessione che rappresenta una garanzia per il dipendente: lo stesso non deve essere permanentemente connesso alle strumentazioni tecnologiche con le quali lavora e continuamente contattabile telefonicamente.

Sempre riguardo all’orario di lavoro la Funzione Pubblica era stata chiara nella Direttiva n. 3/2017. Sulla problematica del controllo del dipendente aveva evidenziato che era necessario “promuovere una cultura dell’organizzazione del lavoro per obiettivi e risultati con forte responsabilizzazione del lavoratore rispetto al suo apporto lavorativo”. Per il Ministero occorreva “definire il numero di giorni, di ore, di mesi, di anni di durata dello smart working con prevalenza della modalità di prestazione in sede; valutare la frazionabilità nella giornata oppure stabilire lo smart working per la giornata intera; ragionare in termini di giorni fissi o giorni variabili” ed in seguito individuare la “correlazione temporale dello smart working rispetto all’orario di lavoro e di servizio dell’amministrazione anche mediante fasce di reperibilità”.

La prestazione può essere resa anche fuori dai classici orario di lavoro limitando agli orari di connessione comunicati la “contattabilità” e presenza del dipendente contemporanea agli altri colleghi.

Nella normativa quindi è chiaro che ogni intervento volto al controllo, tramite strumentazione informatica, della presenza sia illegittimo e lesivo del diritto alla disconnessione previsto dalla normativa sul lavoro agile.

Nella notte di ieri è stata emessa un'ordinanza da parte della Protezione Civile per stanziare le risorse ai comuni per finanziare la "solidarietà alimentare". 400 milioni suddivisi tra i vari comuni italiani che gli stessi dovranno utilizzare per distribuire generi di prima necessità alle famiglie colpite dall'emergenza. 

Ai comuni è lasciata notevole libertà d'azione nelle modalità di erogazione delle risorse ma le stesse rischiano, se aggravate dalla burocrazia, di scatenare il caos. Se gli Enti non decideranno modalità snelle di erogazione, che non comportino una domanda e un colloquio individuale per l'individuazione dei bisogni, il rischio sarà quello di portare i cittadini negli uffici dei comuni violando la quarantena. Una situazione da evitare: per questo abbiamo scritto al Presidente dell'Assemblea dei sindaci della Provincia di Bergamo e ai Presidenti degli Ambiti perché i comuni coordinino l'azione e riducano ogni rischio di contatto. 

 

Bergamo, lunedì 30 marzo 2020

Alla Presidente della Conferenza dei Sindaci Marcella Messina

Al Presidente dell’Assemblea dei Sindaci del Distretto di Bergamo Gianbattista Brioschi

Al Presidente dell’Assemblea dei Sindaci del Distretto Bergamo Est Gabriele Cortesi

Al Presidente dell’Assemblea dei Sindaci del Distretto di Bergamo Yuri Imeri

E .p.c. alle Assistenti Sociali della Provincia di Bergamo

 

OGGETTO: ORDINANZA N. 658 DEL DIPARTIMENTO DELLA FUNZIONE PUBBLICA – RISORSE AI COMUNI PER SPESA ALIMENTARE

 

Nella giornata di ieri è stata emessa dal Dipartimento della Protezione Civile l’Ordinanza n. 658 con la quale vengono stanziati i fondi per i Comuni destinati a buoni spesa e acquisto di generi di prima necessità.

L’Ordinanza, emessa ieri sera dopo che il Presidente del Consiglio ha annunciato la misura in conferenza stampa sabato, rischia di creare un effetto contrario all’obiettivo delle norme susseguitesi in queste settimane ovvero limitare gli spostamenti ed evitare cha la cittadinanza si muova. Già in mattinata ci vengono segnalati casi di cittadini che si sono recati agli sportelli per richiedere l’erogazione del buono spesa.

Per evitare comportamenti difformi e dannosi spostamenti della cittadinanza e dei dipendenti che devono coadiuvare l’attivazione del servizio chiediamo che, tramite il Consiglio dei Sindaci, si emettano delle linee guida comuni nell’erogazione di queste risorse. In coerenza con le indicazioni della succitata Ordinanza chiediamo che vengano sfruttati al meglio gli strumenti già a disposizione (Casellario dell’Assistenza INPS e cartelle sociali già in possesso dai Comuni) limitando allo stretto necessario l’afflusso dell’utenza e i colloqui. Gli stessi, per evitare il contagio, dovranno avvenire preferibilmente telefonicamente e per il riconoscimento degli stati di bisogno si dovranno individuare modalità operative che evitino alle persone in difficoltà di accedere ai locali comunali rischiando l’incolumità propria e degli operatori.

Si consiglia di utilizzare, al fine di una più efficace azione, la collaborazione degli Enti del Terzo Settore che già operano e conoscono i bisogni emergenti come previsto dall’art. 2 comma 5 della stessa Ordinanza.

Tale comunicazione è a fine di prevenire possibili rischi verso gli operatori e la cittadinanza che renderebbero necessario un intervento di tutela individuale.

Cordiali saluti,

 

 

p. la FP CGIL Bergamo

Dino Pusceddu

Per la CGIL Bergamo

Annalisa Colombo

Con l’Ordinanza n. 517 del 23 marzo 2020 Regione Lombardia, vista l’impossibilità di attuazione della precedente indicazione riguardo al rilevamento della temperatura corporea, introduce la possibilità di autocertificare la stessa prima di accedere agli immobili.

Con la precedente Ordinanza la regione prevedeva che il personale adibito alle attività da fornire in presenza, compreso il personale esterno che svolge funzioni di supporto, dovesse sottoporsi al controllo della temperatura corporea: se la stessa fosse risultata superiore a 37,5 gradi non gli si sarebbe dovuto permettere l’accesso e la permanenza nelle sedi di lavoro.

Ci si è però resi conto che gran parte degli Enti non dispongono ordinariamente di strumenti per la rilevazione della temperatura e che questi non sono facilmente reperibili oggi. Per ovviare alla problematica il giorno dopo Fontana modifica il punto 9, lettera c) dell’Ordinanza n. 515 prevedendo che il personale sia sottoposto “al controllo della temperatura corporea con le modalità individuate da ciascuna amministrazione, ivi compresa l’autocertificazione”.

Sorvolando sul fatto che non si può chiedere a chi scrive le Ordinanze di conoscere la differenza tra autocertificazioni ovvero Dichiarazioni sostitutive di certificazioni di cui all’art. 46 del D.P.R. 28-12-2000 n. 445 e le dichiarazioni sostitutive di notorietà previste dall’art. 47 dello stesso D.P.R. a cui immaginiamo si facesse riferimento, vi sono numerosi problemi nel predisporre questa “autocertificazione”.

Poiché la dichiarazione sostitutiva di notorietà dev’essere resa nell'interesse proprio del dichiarante e “può riguardare anche stati, qualità personali e fatti relativi ad altri soggetti di cui egli abbia diretta conoscenza” ci si chiede cosa succeda qualora il dipendente non sia a conoscenza della temperatura corporea.

Nessuna norma obbliga il lavoratore a misurare la temperatura a casa, la stessa può variare nel corso del viaggio e si dovrebbe dichiarare un fatto noto ovvero se si ha o meno la febbre al momento in cui è stata misurata e non nel momento in cui si entra al lavoro. E non ultimo… il dipendente potrebbe non avere un termometro in casa essendo impossibilitato alla verifica della temperatura o potrebbe essere imprecisa la rilevazione.

Quindi nessuno può obbligare un lavoratore ad auto dichiarare un fatto che non conosce come la temperatura, lasciando in carico allo stesso le responsabilità connesse ad una errata rilevazione: sono gli Enti che hanno l’obbligo di rispettare l’indicazione inserita nell’Ordinanza.

Per i lavoratori del settore pubblico (D.L. n. 9/2020) e privato (D.L. n. 18/2020) i periodi trascorsi in quarantena con sorveglianza attiva o in permanenza fiduciaria con sorveglianza attiva sono imputati alla malattia e questo periodo è escluso ai fini del periodo massimo in cui si può stare in malattia (comporto). I dipendenti del settore pubblico hanno inoltre un’equiparazione tra certificazione COVID-19 e ricovero ospedaliero: non vengono quindi operate le riduzioni per i primi dieci giorni di malattia previste per legge.

Nel caso di insorgenza di sintomatologia respiratoria acuta (febbre oltre la temperatura di 37,5°, mal di gola, rinorrea, difficoltà respiratoria, polmonite) il paziente deve contattare il proprio Medico di Medicina Generale che provvederà a segnalare alle autorità sanitarie il caso. Il medico provvederà contemporaneamente all’emissione di un certificato medico telematico con il codice V29.0 che permetterà l’esenzione della malattia dal periodo di comporto.

Allo stesso modo avviene nella circostanza di stretto contatto con un caso confermato o probabile di COVID-19 (a seguito di tampone): lo contatto stretto è definito come una persona che viva nella stessa casa o abbia avuto un contatto fisico diretto per almeno 15 minuti con una persona affetta. In questo caso il Dipartimento di Igiene e prevenzione dovrebbe contattare la persona che è stata a stretto contatto con un paziente positivo e avviare la sorveglianza attiva e l’isolamento fiduciario.

A tal fine si dovrà produrre documentazione perché il medico emetta un certificato con inizio e fine della quarantena (art. 3 comma 2 DPCM 8 marzo 2020) con codice nosologico V29.0. I periodi precedenti di quarantena che erano stati certificati unicamente dal medico curante ai sensi dell’art. 26 comma 4 del D.L. Cura Italia sono ugualmente considerati non computabili al comporto e, per i dipendenti pubblici, come ricovero ospedaliero.

I dipendenti che decidono, per l’insorgenza di sintomi lievi o per il dubbio di essere venuti a contatto con persone che hanno sintomi del COVID-19 senza che siano stati sottoposti a tampone, di sottoporsi a quarantena volontaria non rientrano nei casi di tutela previsti dal Decreto. Dovranno giustificare la loro assenza tramite ferie o congedi o utilizzare gli strumenti che vengono agevolati dalla normativa vigente come lo smart working.

I dipendenti in possesso di una certificazione di handicap grave (art.3 comma 3 della L. n. 104/92) ed i dipendenti immunodepressi, con patologie oncologiche o che stanno affrontando terapie salvavita e che abbiano la relativa certificazione, in virtù del rischio connesso alle loro patologie, possono stare a casa. La loro assenza, giustificata tramite certificato medico redatto dal Medico di Medicina Generale con codice V07, sarà equiparata come le precedenti assenze al ricovero ospedaliero. Nel certificato medico è inoltre specificata la patologia associata o la causa di immunodepressione.

L’INAIL inoltre, con la circolare n. 3675 del 17/03/2020, ricorda che il contagio da coronavirus potrebbe essere riconducibile alla fattispecie di infortunio sul lavoro e come tale l’istituto deve ricevere una denuncia di infortunio.

Il lavoratore ha l’obbligo di avvisare il datore di lavoro in caso di infortunio: ovviamente non sempre questa prassi è semplice soprattutto in caso di ricovero ospedaliero urgente. A seguito della visita presso la struttura sanitaria (pronto soccorso, ambulatorio medico ecc.), il dipendente dovrà fornire all’azienda il numero identificativo e la data di rilascio del certificato, oltre ai giorni di prognosi indicati nello stesso.

Inoltre ogni certificato di infortunio sul lavoro dev’essere inviato telematicamente all’INAIL da parte del medico o della struttura sanitaria competente al rilascio. I certificati sono poi resi disponibili ai soggetti che dovranno produrre la denuncia di infortunio. Nella tempestiva denuncia di infortunio quindi è fondamentale il ruolo del Medico di Medicina Generale.

Vista la difficoltà delle strutture ospedaliere in questo momento l’INAIL ha chiarito che è possibile l’invio della certificazione anche da soggetti diversi dal medico del pronto soccorso.

Il datore di lavoro inoltre ha l’obbligo di invio all’INAIL della denuncia di infortunio ricevuta e, sempre nella situazione di emergenza, della documentazione medica in possesso.

La succitata circolare ha chiarito alcuni aspetti riguardo all’infortunio da COVID-19: l’istituto afferma che sarà da ricondurre ad infortunio sul lavoro la malattia dei dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale e, in generale, di qualsiasi altra struttura sanitaria pubblica o privata assicurata con l’Istituto, ossia, medici, infermieri ed altri operatori sanitari in genere” chiarendo che il rischio professionale porta a presumere, per queste figure, l’origine lavorativa della malattia.

Ovvero possiamo dire che la malattia di un dipendente sanitario riconosciuto affetto da COVID-19, sarà considerata dall’INAIL malattia professionale.

Ovviamente, in caso di dipendenti di aziende che non siano strutture sanitarie, non è comunque esclusa l’origine lavorativa della malattia anche a causa dell’alta concentrazione di casi nella nostra provincia. Qualora si abbia la presunzione che l’origine della malattia sia dettata dalla mansione svolta si dovrà comunque avviare una denuncia di infortunio e sarà l’INAIL a verificare con un questionario e tramite indagini se l’insorgere del COVID-19 è riconducibile al proprio lavoro.

Facciamo un esempio: un dipendente che svolge il proprio lavoro in front office che abbia contratto per primo in famiglia la malattia e non abbia avuto altri contatti con persone infette al di fuori da quell’ambiente è presumibile che si sia ammalato sul lavoro e che quindi sia riconosciuto l’infortunio sul lavoro.

L’infortunio da COVID-19 è riconosciuto unicamente se il lavoratore è stato sottoposto a tampone e se lo stesso è ovviamente risultato positivo: la decorrenza sarà dalla data di attestazione positiva. Perciò tutti i casi sospetti che non sono stati sottoposti a tampone non rientrano nella fattispecie dell’infortunio.

In caso di tampone positivo l’INAIL eroga la propria rendita per tutto il periodo di quarantena, successivo al risultato del tampone positivo, e per tutta la malattia conseguente qualora si protragga oltre questo periodo.

È importante il riconoscimento dell’infortunio da parte dell’INAIL perché il trattamento economico è favorevole, non essendo lo stesso periodo “sommato” alla malattia e retribuito al 100%, e perché dà diritto, nel caso di decesso del dipendente, ad una rendita ai superstiti.

Nel mese di aprile i dipendenti, pubblici e privati, che sono rimasti nella propria sede di lavoro nel mese di marzo e quindi non hanno usufruito di lavoro agile, permessi, congedi o sono stati costretti a casa per malattia e quarantena, avranno nella propria busta paga un bonus di 100 Euro che verrà erogato direttamente dal datore di lavoro in busta paga.

Il bonus spetta a tutti i dipendenti e viene rapportato alle giornate di lavoro svolte in sede e a chi abbia un reddito complessivo non superiore ai 40.000 Euro. Mentre dal tenore della norma sembra che si guardi al reddito individuale ai fini dell’IRPEF i maggiori dubbi vengono dal riproporzionamento dell’incentivo relativo alle giornate lavorate.

Possiamo immaginare che, non essendo previsto nella norma alcun riproporzionamento sul tempo parziale, che il bonus venga suddiviso sulle giornate teoriche e moltiplicato per le giornate effettivamente effettuate sul proprio posto di lavoro.

I genitori di figli fino ai 12 anni (ovvero non dovranno aver compiuto i 13 anni) potranno usufruire di un congedo straordinario retribuito pari a 15 giorni in complessivo per entrambi. Questa la prima novità per far fronte alla difficoltà dei genitori di figli in età scolare.

Il pagamento del congedo è pari al 50% della retribuzione media giornaliera del mese precedente, che si calcola dividendo l’importo della busta paga per 30 non considerando però eventuali premi od il rateo di tredicesima e questo periodo è coperto da contributi figurativi.

Il congedo vale a partire dal 5 marzo quindi gli eventuali periodi richiesti ai sensi dell’art. 32 o 33 del D.Lgs. n. 151/2001 ovvero il congedo parentale (retribuito al 30%) sono convertiti in questi permessi.

A seguito del DPCM del 8/3/2020 si comunica che la FP CGIL di Bergamo seguirà le seguenti avvertenze per poter garantire la sicurezza di lavoratrici, lavoratori e propri funzionari, con le seguenti modalità.

L’accesso all’ufficio è regolato tramite appuntamento da fissare per telefono o via mail. In questi momenti si cercherà di gestire le situazioni di bisogno il più possibile senza dover fissare incontri.  I recapiti sono i seguenti:

 

FUNZIONARIO

TELEFONO

MAIL

SETTORI

CHIUMMO LEOPOLDO

0353594242

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Case di riposo, igiene ambientale, cooperative sociali

ROTA GIULIANA

0353594237

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Sanità privata, case di riposo

LOCATELLI GIORGIO

0353594243

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Case di riposo, funzioni centrali

NORDLI INGALILL

0353594235

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Cooperative sociali

ROTA DEBORAH

0353594247

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Enti Locali

PUSCEDDU DINO

0353594236

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Enti Locali

ROSSI ROBERTO

0353594241

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Sanità pubblica, segreteria generale

 

I recapiti dell’ufficio sono     035.3594310   -   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

La conversione in legge del cosiddetto decreto Milleproroghe, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 29 febbraio 2020, ha aggiunto all’articolo 12 del d.lgs. 218 del 25/11/2016 il comma 4-quater prevedendo che “Con riferimento alle procedure di cui all'articolo 20, commi 1 e 2, del decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 75, poste in essere dagli enti pubblici di ricerca, il termine del 31 dicembre 2020 è prorogato al 31 dicembre 2021”.

Questo comma non modifica l’articolo 20 del d.lgs. 75/2017, bensì proroga al 31/12/2020 il termine per maturare almeno tre anni di servizio a tempo determinato nelle pubblica amministrazione, anche non continuativi, negli ultimo otto anni; questa è una delle condizioni necessarie per permettere la stabilizzazione del personale precario all’interno della P.A.