Buoni Pasto: quando le sentenze di primo grado fanno giurisprudenza

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Le Sentenze di primo grado del Giudice del Lavoro si applicano a tutti solo se piacciono: la vicenda del buono pasto, dopo il Decreto del Tribunale di Venezia n. 3463/2020, ci insegna che i principi del diritto non sempre valgono nel Pubblico Impiego.

Così ci si ritrova a discutere con le amministrazioni di una sentenza di primo grado che, evidentemente, piacciono e dietro alle quali i datori di lavoro pubblici si trincerano per giustificare l’interruzione dell’erogazione del buono pasto. Però converrebbe fare un paio di precisazioni.

L’art. 1, comma 132, della legge 30 dicembre 2004, n. 311 (ancora in vigore per effetto dell’art. 41 comma 6 del D.L. n. 207/2008) prevede il divieto per “tutte le amministrazioni pubbliche di cui agli articoli 1, comma 2, e 70, comma 4, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, di adottare provvedimenti per l'estensione di decisioni giurisdizionali aventi forza di giudicato, o comunque divenute esecutive, in materia di personale delle amministrazioni pubbliche”. Ovvero la Sentenza ha valore, qualora ci fosse un dubbio, esclusivamente tra le parti e le Pubbliche Amministrazioni hanno il divieto di adottare provvedimenti di estensione delle decisioni.

Quindi giustificare la mancata applicazione di un istituto per effetto dell’interpretazione del contratto da parte del giudice del lavoro di Venezia è quantomeno pretestuoso. Ma ci sono anche due elementi di merito.

Il Giudice ha affermato che il lavoro agile è incompatibile con la fruizione dei buoni pasto perché, per l’erogazione degli stessi, è “necessario che il lavoro sia organizzato con specifiche scadenze orarie e che il lavoratore consumi il pasto al di fuori dell’orario di servizio”. Sempre secondo la Sentenza “nel lavoro agile questi presupposti non sussistono”.

Converrebbe però leggere attentamente il CCNL per capire che la normativa è legata alle modalità di svolgimento della prestazione e non alla presenza o assenza della timbratura. L’art. 45 del CCNL 14.9.2000 al comma 2 prevede che “possono usufruire della mensa (e quindi del buono pasto) i dipendenti che prestino attività lavorativa al mattino con prosecuzione nelle ore pomeridiane, con una pausa non superiore a due ore e non inferiore a trenta minuti. La medesima disciplina si applica anche nei casi di attività per prestazioni di lavoro straordinario o per recupero. Il pasto va consumato al di fuori dell'orario di servizio”.

Dire che per sua natura il buono pasto è incompatibile col lavoro agile vuol dire che si presuppone che tutti i dipendenti svolgano la propria prestazione senza pausa o senza lavoro pomeridiano: il CCNL non lega mai alla timbratura l’erogazione del buono pasto. Infatti il Ministro della Funzione Pubblica afferma, con la Circolare n. 2/2020, che non è un diritto automatico ma che dev’essere coerente con le disposizioni contrattuali. Se ho una fascia di contattabilità (o dichiaro di aver svolta la mia prestazione lavorativa) al mattino ed al pomeriggio con una pausa non superiore alle due ore perché mai non dovrei applicare l’istituto?

Un’altra specifica questione riguarda la modalità con la quale è stato svolto lo smart working nelle nostre pubbliche amministrazioni. La Sentenza citata giustamente afferma che “il lavoratore è libero di organizzare come meglio ritiene la prestazione sotto il profilo della collocazione temporale” (così prevede la L. n. 81/2017)

Noi è da tempo che affermiamo che non sia legittimo imporre una timbratura, seppur virtuale, ai dipendenti che svolgono la propria prestazione nella modalità del lavoro agile: ma se finora per una incomprensibile presa di posizione delle amministrazioni i lavoratori hanno timbrato, cosa vieta quelle amministrazioni di erogare il buono pasto visto che è rispettato (e certificato) il rispetto delle condizioni previste dall’art. 45 del CCNL 14.9.2000?

Perché il dubbio che viene è che ai datori di lavoro pubblici piaccia (nonostante il divieto normativo esplicito) estendere le Sentenze quando dicono delle cose gradite e non leggano interamente le parti che non piacciono ovvero la libertà di organizzare l’orario di lavoro.

Quindi possiamo affermare certamente che, nel caso di rilevazione dell’orario di lavoro durante la prestazione a casa e qualora vi fosse già una regolamentazione che prevede l’erogazione del buono pasto, sia illegittimo non provvedere all’applicazione dell’istituto. In questo caso sicuramente vi sarebbe una violazione dell’art. 20 della Legge n. 81/2017 che prevede lo stesso trattamento economico e giuridico per i dipendenti collocati in lavoro agile rispetto a quelli che svolgono la propria prestazione in presenza.